Cinecittà, come sempre si scambia la bellezza con la speculazione

La chiusura di Cinecittà e la trasformazione degli storici studi nell’ennesima speculazione fondiaria forniscono la migliore chiave interpretativa del profondo tunnel in cui è piombata l’Italia.

Il primo elemento riguarda il disvelarsi della nefandezza dell’ideologia della privatizzazione a tutti i costi, che ha dominato la cultura di questi due ultimi decenni. Non che non ci fosse il bisogno di dismettere pezzi di attività che non attengono a una moderna concezione dello Stato. Il problema è che in questo caso, come in quello della Telecom, delle Autostrade, dell’Alitalia e tanti altri ancora, la privatizzazione è servita per creare un monopolio privato o per lanciare nuovi “capitani coraggiosi” che si sarebbero poi rivelati come modesti speculatori. Nel 1997 la proprietà di Cinecittà passa a una holding guidata da Luigi Abete, famiglia di imprenditori romani con grandi presenze nel sistema creditizio. Non si fanno investimenti e i gloriosi studi cinematografici declinano verso un inevitabile fallimento.

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